Nella puntata precedente avevamo preso in esame i numeri che quantificano i costi ambientali del digitale.

 

Questa volta, invece, proviamo a passare in rassegna alcune potenziali soluzioni (misure, protocolli, ma soprattutto comportamenti) e, in linea con lo scorso articolo, a raccogliere ed esaminare i numeri “positivi” che potrebbero produrre o stanno già producendo.

 

Riprendiamo dunque il nostro slalom tra cifre, dati, statistiche: stavolta risulterà molto più piacevole, e non solo per via della velocità di discesa.

 

 

 

Si calcola che dal 2006 ad oggi il Power Usage Effectiveness dei data center (l’efficienza nell'usare l'energia elettrica che li alimenta, stabilito dal consorzio Green Grid) si sia ridotto all’incirca dell'80 %, grazie alla progressiva adozione di sistemi di raffreddamento ad aria libera (free cooling) che impiegano l'aria esterna per il raffreddamento dei server e rilasciano l'aria surriscaldata nell'ambiente.

 

DeepMind, inoltre, insieme a Google, ha usato i dati raccolti da test su temperature, potenza, velocità delle pompe, setpoint, ecc. per addestrare un insieme di reti neurali, in un primo momento, a prevedere la temperatura e il carico del data center nell'ora successiva e, in seguito, per simulare le azioni consigliate dal modello PUE.

 

I test hanno permesso di ottenere una riduzione costante del 40 % della quantità di energia utilizzata per il raffreddamento, per un risparmio energetico complessivo del 15 %.

 

 

 

Sul fronte crypto, invece, finora si è cercato di spostare il mining in paesi dal basso costo energetico, dall’energia abbondante ma anche dai climi freddi (Scandinavia, Canada), in modo da ridurrei consumi per il raffreddamento e lo smaltimento del calore prodotto.

 

Ciò ha permesso di ridurre il costo per la produzione di 1 bitcoin da circa 14.000 USD a circa 5.000 USD cadauno.

 

Sono stati inoltre creati algoritmi che richiedono minore energia e che sono più veloci nel risolvere le transazioni sulla blockchain, come Algo con Algorand, che riesce a ridurre i consumi energetici anche del 90% e transare in 4-5 secondi.

 

Un’altra strada ancora sarebbe quella di utilizzare il calore prodotto in eccesso per alimentare altri ecosistemi ed integrare il mondo digital delle crypto con ambienti fisici e produzioni reali, servendosi possibilmente di fonti rinnovabili come eolico, fotovoltaico e idroelettrico.

 

 

 

Passiamo al gaming. In questo caso entriamo nel campo dei semplici comportamenti che sta alla discrezione, e al buon senso, del singolo tenere o meno: evitate di tenere in stand-by per lungo tempo i dispositivi, ricordatevi di spegnere i controller wireless quando non li usate e, se in presenza di pad a batterie come quelli Microsoft, preferite le batterie ricaricabili da 2000mAh o superiori a quelle usa e getta.

 

I sistemi di base devono venire costantemente aggiornati ed è bene impiegare monitor con classi energetiche superiori alla A, oltre che schede video meglio ottimizzate, passando ovviamente per l'alimentatore, che con qualche decina di euro in più può offrire un'efficienza energetica superiore al 90%. Anche l'uso di un SSD può contribuire a ridurre il consumo energetico rispetto a un classico disco meccanico.

 

 

 

E lo streaming? Sul fronte Big tech, la via di uscita è l’utilizzo di energia 100% carbon free per l’alimentazione dei propri data center.

 

Per parlare di un esempio virtuoso e, soprattutto, italiano, il data center principale dell’italiana Aruba, situato aPonte San Pietro, ha già raggiunto una carbon footprint negativa, ovvero le centrali idroelettriche e i pannelli fotovoltaici cui si appoggia fanno sì che l'energia elettrica prodotta superi l'effettivo fabbisogno energetico delle macchine contenute nel data center stesso.

 

Inoltre, disattivare l'autoplay, funzione che immette in un loop di contenuti in gran parte indesiderati, permetterebbe di risparmiare molta più energia e ridurre la durata della riproduzione e della sosta dello stesso sulle piattaforme. Anche optare per la risoluzione standard dei video anziché per l’HD può portare a una riduzione dell'impronta fino all'86%.

 

 

 

Il nostro slalom termina qui: se nella precedente discesa battersi per la maglia nera, quella degli ultimi classificati, non era disonorevole, anzi era fortemente consigliabile, questa volta ci congratuliamo con chi è arrivato, e speriamo arriverà, tra i primi a tagliare il traguardo.

 

Se siete curiosi di ulteriori approfondimenti in merito a un argomento che, in effetti, per la sua complessità, si presta ad essere inquadrabile e analizzabile da diversi punti di vista, tranquilli, non dovrete attendere molto: nelle prossime settimane sarete accontentati.

 

Perciò: stay connected!